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INTERVISTA - L’esordio letterario di Ilva Sartini

23.06.2017

1.Ci può delineare i personaggi del suo nuovo libro?

Le protagoniste sono due giovani donne di epoche diverse: Angela vissuta fra gli anni ‘30 e ‘40 del 1900 ed Elisabetta, giovane di oggi. La prima è una giovane contadina ricoverata all’Ospedale psichiatrico San Benedetto di Pesaro. La seconda è una giovane urbanista che, nel cercare lavoro e il suo posto nel mondo, s’imbatte nella foto e nella storia di Angela. I due destini finiscono per incontrarsi e darsi senso a vicenda.

Gli altri protagonisti sono Mario e Tina, fratello e cognata di Angela e nonni di Elisabetta. Attraverso loro conosceremo la Seconda guerra mondiale, con la sua violenza e le stragi, la Liberazione. Conosceremo anche il mondo contadino di un entroterra povero.

Poi ci sono le donne che finiscono in manicomio per violenza, per ignoranza e miseria. E le altre due figure maschili positive : Franz, il soldato tedesco buono e Giovanni, spirito guida di Angela ed Elisabetta.

 

 

2.Al centro il mondo dei giovani di oggi, in merito una sua riflessione, ricollegandosi al suo libro.

Ho pensato di scrivere questo libro proprio pensando ai giovani. Ho voluto raccontare per loro una storia che sembra ormai lontana, ma in realtà è sempre attuale. Il rischio della guerra è, purtroppo, sempre presente, come presenti sono le sopraffazioni. La memoria serve a non ripetere gli errori del passato. Capire da dove veniamo serve a darci identità. Ma capire quanto altri abbiano tentato di annullarla l’identità di un popolo e quanto ci sia costata la libertà deve servire anche a riconoscere l’identità degli altri e a rispettare la loro, di libertà.

Poi c’è il tema del lavoro e della difficoltà dei nostri ragazzi di trovare un lavoro adeguato e soddisfacente in Italia. Certo è molto bello che i giovani possano girare liberamente e scegliere di vivere in altre parti del mondo, ma non devono essere obbligati a farlo. Io credo che una buona formazione, la tenacia di andare “a caccia di lavoro”, la determinazione, l’impegno e la serietà siano le uniche carte che possono risultare vincenti. Ho voluto dare ai giovani un’indicazione e un incoraggiamento.

 

3.Ha in cantiere altri progetti, può dirci qualcosa di più?

Sto studiando le migrazioni in diverse epoche e ho un’idea in proposito, ma devo ancora svilupparla.

 

 

4.Al posto del dolore, è il suo primo libro? Oppure in passato ha scritto altri libri?

Si tratta del mio primo libro.

In passato ho scritto solo relazioni, interventi e comunicati stampa.

Ma sono cose molto diverse dalla narrativa, che è stata un sogno per molti anni, poi finalmente è diventato un progetto realizzato.

 

 

5.Come è nato questo nuovo libro?

Prima di tutto volevo recuperare una storia familiare: quella di mio padre che non ascoltavo quando parlava della guerra. Quella di una giovane zia morta senza che si capisse perché ( aveva ricevuto un calcio in testa da una mucca e non si sa perché fosse finita in manicomio; doveva uscire perché guarita ed è stata trovata morta) e della quale si parlava troppo poco.

Studiando quel periodo, ho capito che la storia familiare poteva essere una storia corale; che quel periodo e quelle vicende meritavano di essere ricordate. Così il reale ha lasciato il posto al verosimile e la storia si è mescolata alla fantasia. Poi, oltre a recuperare la memoria, volevo dare un messaggio di speranza ai giovani.

Infine il San Benedetto è un luogo degradato della mia città. Ma al suo interno resta quello che è stato il giardino di delizia dei Duchi Della Rovere. L’edificio è stato un convento e all’interno restano quattro grandi corti. Poi è diventato un luogo di cura, uno degli ospedali psichiatrici più importanti d’Italia, diretto anche da Cesare Lombroso. È un luogo segnato dal dolore, ma in cui sono passate tante vite. Lasciarlo degradare ancora è colpevole. Recuperarlo significherebbe restituire anima e vita a un pezzo importante di città.

 

Intervista a cura di Simone Novara

 

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